L'inflazione che non se n'è mai andata: perché il petrolio del Medio Oriente ci riguarda tutti

2026-07-30
By Giovanni De Giovanni

Negli ultimi due anni si è diffusa una convinzione rassicurante: l’inflazione sarebbe ormai un problema superato.

I dati più recenti, però, raccontano una realtà diversa. Le pressioni sui prezzi non sono scomparse e, nelle ultime settimane, alle dinamiche economiche si è aggiunto un elemento che conosciamo bene: l’aumento del prezzo del petrolio legato alle tensioni in Medio Oriente.

L’inflazione, quindi, non è un capitolo chiuso. Sta semplicemente assumendo forme nuove, meno evidenti ma non per questo meno importanti per chi deve proteggere il valore dei propri risparmi.

L’inflazione di fondo continua a farsi sentire

Per comprendere ciò che sta accadendo non basta osservare l’indice generale dei prezzi. È utile concentrarsi anche sull’inflazione core, cioè quella calcolata escludendo le componenti più volatili, come energia e generi alimentari.

La mappa elaborata da J.P. Morgan Asset Management, aggiornata al 30 giugno 2026, mostra una situazione tutt’altro che uniforme. La tendenza, tuttavia, è piuttosto chiara: in molti Paesi sviluppati l’inflazione core sta tornando verso gli obiettivi fissati dalle banche centrali o li ha già superati.

Nell’Eurozona è passata dal 3% di marzo al 3,2% nei mesi di aprile e maggio. In Italia è salita dal 2,8% al 3,2%, mentre la Spagna si trova oltre il 3,5% e la Grecia si avvicina al 5%.

Anche negli Stati Uniti, dopo diversi mesi di rallentamento, l’inflazione core è tornata sopra il 4%, raggiungendo il 4,2% a maggio. Le principali eccezioni sono rappresentate da Svizzera e Svezia, ancora al di sotto dei rispettivi obiettivi, e dalla Cina, che continua a muoversi in un contesto di inflazione strutturalmente contenuta.

Il dato di un singolo mese può sempre essere influenzato da fattori temporanei. Ciò che merita attenzione è la direzione complessiva: dopo un 2025 caratterizzato da un progressivo raffreddamento dei prezzi, nel 2026 le pressioni inflazionistiche hanno ripreso forza in molte economie.

E i mercati finanziari sembrano averlo compreso con un certo anticipo.

Le aspettative dei mercati stanno cambiando

Un indicatore particolarmente utile è rappresentato dagli swap sull’inflazione a un anno.

Si tratta di strumenti finanziari attraverso i quali gli operatori di mercato scambiano direttamente le proprie aspettative sull’andamento futuro dei prezzi. Non parliamo quindi di un semplice sondaggio o di una previsione teorica, ma di valutazioni sulle quali vengono assunte posizioni economiche reali.

Tra la primavera e l’estate del 2025, gli swap sull’inflazione erano scesi in un intervallo compreso tra l’1,2% e l’1,7%. Nelle ultime settimane, però, le aspettative relative a Regno Unito, Eurozona e Stati Uniti hanno registrato una risalita molto marcata.

Nel Regno Unito le attese sono tornate oltre il 5%, mentre Eurozona e Stati Uniti si collocano intorno al 3-3,5%. Sono livelli che non si osservavano dai massimi raggiunti nel 2024.

Questo cambiamento influenza direttamente anche le aspettative sui tassi d’interesse.

All’inizio dell’anno, i mercati ipotizzavano tagli per circa 60 punti base negli Stati Uniti e 40 punti base nel Regno Unito. Oggi le riduzioni previste sono molto più contenute. In alcuni Paesi, come il Giappone, il mercato considera persino possibili nuovi rialzi.

Il significato è semplice: se l’inflazione resta elevata, le banche centrali hanno meno spazio per ridurre i tassi rispetto a quanto molti immaginavano soltanto pochi mesi fa.

Il petrolio riporta la geopolitica al centro dello scenario

Alle pressioni già presenti si è aggiunto il ritorno delle tensioni in Medio Oriente.

Nei primi giorni di luglio, la rottura della tregua tra Stati Uniti e Iran, i nuovi raid americani e le successive rappresaglie contro le basi statunitensi nella regione hanno riportato l’attenzione sullo Stretto di Hormuz.

Da questo passaggio strategico transita circa un quinto del petrolio e del gas mondiale. Gli attacchi alle navi cisterna e la forte riduzione del traffico marittimo hanno quindi avuto conseguenze immediate sui mercati energetici.

Il Brent, che all’inizio del mese si trovava intorno ai 78 dollari al barile, è arrivato a sfiorare gli 86 dollari dopo un incremento dell’11% in appena due sedute. Il WTI si è portato invece vicino agli 80 dollari.

Secondo i dati di tracciamento delle petroliere citati da Kpler, dall’inizio del conflitto sarebbero già venuti meno oltre 1,15 miliardi di barili di approvvigionamento.

In Italia, inoltre, alla crescita delle quotazioni internazionali si è sommata la modifica del taglio delle accise sui carburanti. L’agevolazione, inizialmente in scadenza il 3 luglio, è stata successivamente prorogata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, ma con uno sconto ridotto.

Il risultato è una nuova pressione sui prezzi alla pompa, con possibili conseguenze anche sul costo dei trasporti, della logistica, della produzione e, a cascata, su molti beni e servizi acquistati quotidianamente.

Come nasce l’inflazione importata

Quando aumenta il prezzo del petrolio, l’effetto non rimane confinato alle stazioni di servizio.

Energia e carburanti incidono sui costi di trasporto delle merci, sulla produzione industriale, sulla distribuzione e sul funzionamento di moltissime attività economiche. Una parte di questi aumenti viene inevitabilmente trasferita sui prezzi finali pagati da famiglie e imprese.

È il meccanismo dell’inflazione importata: uno shock nato fuori dai confini nazionali entra nell’economia attraverso il costo dell’energia e delle materie prime.

Lo abbiamo già sperimentato tra il 2022 e il 2023, quando le tensioni geopolitiche e la crisi energetica produssero conseguenze rapide e molto concrete sul potere d’acquisto.

Oggi non possiamo più considerare questi eventi come rischi remoti o eccezionali. La volatilità geopolitica ed energetica è diventata una componente strutturale dello scenario economico con cui famiglie, professionisti e imprese devono imparare a convivere.

Perché l’inflazione riguarda direttamente i risparmi

L’inflazione non è soltanto un argomento per economisti, banche centrali o operatori finanziari.

Riguarda chiunque possieda dei risparmi.

Quando l’inflazione si muove tra il 3% e il 4%, lasciare tutta la liquidità ferma su un conto corrente non significa mantenerla invariata. Il valore nominale può sembrare lo stesso, ma il suo potere d’acquisto si riduce progressivamente.

In altre parole, con la stessa somma di denaro sarà possibile acquistare meno beni e servizi rispetto all’anno precedente.

Questo processo avviene lentamente e spesso senza essere percepito. Non compare come una perdita nell’estratto conto, ma produce comunque un impoverimento reale.

Ed è proprio per questo che l’inflazione può essere particolarmente insidiosa: agisce in silenzio.

Anche non decidere è una scelta

Il tema più importante non è prevedere con precisione quale sarà il prossimo dato sull’inflazione o dove arriverà il prezzo del petrolio.

Il punto centrale è avere un piano.

Non decidere come gestire e allocare i propri risparmi è già una decisione. Significa scegliere di rimanere completamente esposti alla perdita di potere d’acquisto, sperando che il problema si risolva da solo.

La storia recente dimostra che i ritorni dell’inflazione possono essere improvvisi e difficili da anticipare.

Chi dispone di una strategia, anche semplice e prudente, può contare su strumenti utili per limitare gli effetti di questi scenari. Tra le possibili soluzioni rientrano, in funzione delle caratteristiche personali, le obbligazioni indicizzate all’inflazione, una corretta diversificazione geografica e settoriale e un’esposizione misurata agli asset reali.

Non esiste però uno strumento adatto a tutti. Ogni scelta deve essere valutata tenendo conto degli obiettivi, del patrimonio disponibile, dell’orizzonte temporale e della capacità di affrontare le oscillazioni dei mercati.

La risposta non è inseguire le notizie

Proteggersi dall’inflazione non significa modificare il proprio portafoglio ogni volta che arriva una notizia dal Medio Oriente o che il petrolio registra un movimento improvviso.

Le decisioni impulsive, prese sull’onda della paura o dell’entusiasmo, raramente rappresentano una buona strategia.

La volatilità di breve periodo si affronta mantenendo la calma, diversificando e adottando un orizzonte temporale coerente con i propri obiettivi. Non attraverso il trading emotivo o la ricerca continua del rendimento più elevato.

Allo stesso tempo, però, non bisogna confondere la prudenza con l’immobilismo.

Aspettare senza un piano, pensando che “prima o poi passerà”, può diventare una delle scelte più rischiose. L’inflazione non richiede reazioni affrettate, ma consapevolezza, programmazione e decisioni costruite sulla propria situazione personale.

Perché proteggere i risparmi non significa prevedere ogni evento. Significa prepararsi affinché gli eventi non decidano al posto nostro.

Le informazioni contenute nell’articolo hanno finalità esclusivamente divulgativa e non costituiscono una raccomandazione personalizzata o una sollecitazione all’investimento. Dati, date e riferimenti riportati nel testo devono essere verificati sulle fonti originarie prima della pubblicazione.